domenica 21 dicembre 2025

Arbitri, Lotito e altri mali. Per fortuna che ci sono i laziali

Mentre il guardalinee e con lui, amans in ignorantiam, l'arbitro Pairetto – figlio DI QUEL Pairetto coinvolto nello scandalo Calciopoli, è sempre bene ricordarlo –, fischiavano un fuorigioco a Valentin Castellanos su rimessa da fondo campo di Provedel, un sorriso di stupore si dipingeva sul mio volto.

Ammetto l'ignoranza (almeno io): non avevo capito che quel fischio era CONTRO le regole del gioco, mica contro la Lazio e basta (ci siamo ormai tristemente abituati). Così molti intorno a me.

Il nostro mestiere, d'altra parte, è quello di tifare. Il loro, di arbitro guardalinee quarti uomini varisti dell'ultima ora, dovrebbe essere quello di arbitrare. Sui due rigori solari negati, soprassiedo come il mister - che di seguito cito: è alla Società Sportiva Lazio che va chiesto il conto di questo scempio, mica a lui, mica a noi. Noi, al massimo, l'arbitro possiamo mandarlo a quel paese o ricordargli che mentre lui fischia fischia sua moglie sta a scopà.

Questo nonostante le parole del nostro Mangiafuoco alla cena di Natale (a proposito: dove era Tavares?), secondo cui la colpa dei soprusi arbitrali sarebbe dei tifosi, mica di una società che è talmente mediocre da difenderne l'operato in un comunicato stampa poche ore dopo la levata di scudi del proprio allenatore - lo stesso che anziché mandarti al diavolo in estate, dopo essere stato tradito, ha deciso di rimanere per puro amore (capito, antisarristi: mica perché in squadra c'è Toma Basic, sveglia!).

Della partita di ieri e di questa stagione, ormai chiara nel suo andamento al ribasso, mi tengo questo stadio e questa curva memorabili. Una curva d'avanguardia da sempre: al punto da aver recuperato la retroguardia con un tifo anni 90, ora che tutti si sono uniformati e omologati verso un modo di stare allo stadio balcanico, grigio e smunto.

Evviva la Lazio, evviva i laziali, evviva mister Sarri e i ragazzi in campo che nonostante tutto o forse proprio per questo (cioè in mancanza di tutto), ci rendono orgogliosi di tifare questa maglia. La classifica, i punti, i processi del lunedì, lasciamoli a chi ha più soldi e potere di noi. Finché questa sarà la presidenza, questa pure sarà la situazione.

Forza Lazio. 🦅


lunedì 1 settembre 2025

Un muro di braccia al cielo: questa è la mia Curva

Citando il grande Runa Casaretti, custode della Lazialità come pochi altri, le bandiere forse andrebbero sventolate all'inizio e alla fine della partita, o durante i gol. Questo perché "i calciatori non sentono lo sventolio delle bandiere", ma il tuonante apporto delle voci dello stadio che li sostiene.

Senza le bandiere, abbassate per rendere omaggio ai daspati, lo stadio è apparso più vivo e furente fin dall'inizio. Ogni decisione arbitrale dubbia (non diciamo sbagliata) è stata accompagnata dal ruggito dei 38.000 (circa). Sembravano 100.000.

L'acme lo ha toccato la Curva Nord, perla di rara bellezza, occhio attento e degno dello spettacolo che andava manifestandosi sul terreno di gioco, quando dal 15' (minuto in cui si è cominciato a cantare) al 35' circa ha reso le gesta degli undici in campo quasi superflue rispetto alla sua, di prestazione. La Curva ha realizzato un battimani da brividi, che ha incantato tutta la Tevere per compattezza, coesione, continuità - chi non canta DOPO IL PRIMO BATTIMANI che possa crepà!

Una sorta di nostalgia per le cose mai vissute si è impossessata del sottoscritto. Ho visto una Curva che forse non ho mai vissuto. Dietro di me qualcuno ha vociferato, in religiosa ammirazione: "sembra di essere tornati negli anni Novanta!".

Almeno sotto questo profilo, aspettando test più probanti, c'è da essere orgogliosi, e anche un pizzico fiduciosi. I laziali, uniti, non conoscono sconfitta. Se poi è vero quello striscione al mister di inizio gara...

giovedì 24 luglio 2025

Il presidente mi ha fregato



Ben al di là dei più rosei erotismi della sponda opposta del Tevere, le sventure – e le «sviste», cit. Fabiani – di casa Lazio nell’ultimo anno e mezzo, da quando cioè Maurizio Sarri si è dimesso da allenatore della prima squadra (eravamo a marzo del 2024) ad un mese da una delle più importanti imprese nella storia del club – battere il Bayern Monaco in casa 1-0 negli ottavi di finale di Champions League –, non si contano sulle dita di una mano.

Dal “caso falconiere” alle delusioni in campo (due settimi posti di fila, quest’anno perdendo il treno europeo dopo 9 stagioni consecutive sotto le stelle), dai tantissimi proclami (sul fronte Stadio, sul “progetto giovani” - ma la Lazio è la rosa più vecchia del campionato dopo l'Inter) alle tristi realtà di fatto (mercato bloccato, comunicati contraddittori o dai toni epici dopo un pareggio, prese in giro all’allenatore, necessità di vendere: in una parola caos totale), non c’è pace per i tifosi della Lazio.

Ma forse, come nella gravità della tempesta si fa strada, tra le nuvole, uno spiraglio di luce, qualcosa in cui sperare ancora c’è. Più che qualcosa qualcuno: Maurizio Sarri, che ieri sera si è (ri)presentato alla stampa come (nuovo) allenatore del club.

La sua figura è decisamente ingombrante nel contesto desolante che lo ha richiamato al lavoro – dove il richiamo, si badi bene, va inteso nel duplice senso attivo e passivo: Sarri è stato richiamato da Lotito, ma ha lui stesso sentito il richiamo dell’ambiente Lazio, come sottolineato a più riprese anche ieri.

«La Lazialità ti invade. I tifosi oggi giustamente si incazzano (per il blocco relativo al mercato, ndr), ti criticano, ma poi alla fine son lì. Questo significa essere laziali. È uno dei motivi per cui sono tornato in questo ambiente», insieme – ha poi aggiunto – all’affetto umano per il presidente, il direttore sportivo, lo staff, lo chef, tutti coloro che abitano (a) Formello – compreso lui, che prima dormiva praticamente accanto ad Olimpia, l’aquila vittima dell’esibizionismo del falconiere Bernabè . . .


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