Piccola e doverosa premessa: su Gattuso credo di aver parlato troppo presto. Certo, è ingenuo pure chi, sul fronte opposto del gattusismo, si permette di sentenziare oggi dopo 5 partite (6, considerando l'ingloriosa uscita ai Sedicesimi contro il Mantova, che personalmente ancora non ho dimenticato).
D'altra parte, sposando una linea pregiudiziale, che Rino Gattuso avrebbe svegliato i ragazzi, un po' dormiglioni negli ultimi due anni, lo credevamo tutti. Il mister è un uomo vero, uno che non scende a compromessi. Uno puro, non puoi voltargli le spalle: al massimo gli sbrocchi, tipo Taylor in estate. Quello che mai avrei immaginato era di vedere una Lazio non solo grintosa, ma bella da vedere, snella nelle trame, coraggiosa nell'atteggiamento, e aggiungerei pure forte rispetto ad alcuni nuovi innesti che il nostro ultimo allenatore si sarebbe sognato: Pinamonti, Frattesi, Gudmundsson, gli stessi Leite e Pedraza, sono tutti giocatori forti, pronti.
Credo sia bene ricordarlo: l'innominabile Sarri nell'ultimo anno ha dovuto subire le cessioni di Castellanos e Guendouzi a gennaio, un mercato bloccato (non a saldo zero: bloccato) a giugno, una squadra sul piede di partenza (Romagnoli, Gila, Tavares, Castellanos, forse anche Zaccagni), le telefonate furtive di un Lotito che lo aveva già scaricato anzitempo (pensate voi...) e un clima di contestazione intorno pesantissimo.
Perché un conto è iniziare la stagione sapendo che il tuo stadio sarà vuoto, un altro è vederlo vuoto all'improvviso. Nonostante ciò, Sarri ci ha guidato alla finale, ha presentato la stessa in Campidoglio con un discorso da laziale vero, o quantomeno intriso di quella Lazialità che lui ha sempre difeso, dandoci pure la possibilità di giocarne un'altra, di finale (a dicembre, contro l'Inter in Supercoppa). Lo ha fatto, tutto questo, mettendosi dalla parte dei tifosi, e definendo "atto d'amore" il boicottaggio delle partite casalinghe. Lo ha fatto mettendosi lui come scudo umano tra tifosi e presidente (mettiamoci pure Fabiani) per guidare la bar(ac)ca in porto.
Io ricordo, perché c'ero, il clima che si respirava a Ponte Milvio per Lazio v Genoa. Gli sguardi impauriti dopo il 2-2, quella terribile sensazione di affondare sul serio, prima che Danilo Cataldi realizzasse, quasi allo scadere, un pesantissimo rigore del 3-2. Senza Sarri, forse ora staremmo parlando di ben altri scenari. Chi non lo ammette, è semplicemente in malafede.
Il mio non vuole essere un pianto, come in molti purtroppo lo definiscono quando si difende l'allenatore toscano (che può non piacere a livello calcistico, legittimamente) ma un atto di rispetto verso un uomo che ci ha dato tanto, che ha sempre mantenuto la parola, e col quale abbiamo potuto sognare davvero - insieme a lui, solo Inzaghi negli ultimi 15 anni: parlo personalmente. Ora, con Rino Gattuso, è proprio un'altra storia. Una storia che non può andare a genio a chi ha visto Maurizio Sarri sedere sulla propria panchina, e battere tra le altre il Bayern Monaco all'Olimpico. A Gattuso, che mi sta piacendo sempre di più, va data fiducia, come l'avevamo data a Marco Baroni. Ciò che importa è vedere le cose nella giusta luce. Che è un'operazione valida per il presente, ma moralmente necessaria quando si parla del passato.
